Stampa 

Gli italiani sono per gran parte proprietari della casa che abitano eppure è oltremodo singolare che sappiano così poco delle caratteristiche delle case stesse (meno probabilmente di quanto sanno della propria auto) e che abbiano così scarsa documentazione a corredo. In genere solo una scarna planimetria catastale allegata al rogito, complici anche i notai che non aiutano all'atto dell'acquisto a "collezionare" i vari documenti che per legge sarebbe obbligatorio possedere, quali ad esempio: dichiarazione di conformità dell'impianto elettrico, dell'impianto termo-sanitario, della canna fumaria, piante prospetti e sezioni architettoniche, manuale di uso e manutenzione, relazione progettuale "legge 10", ecc..

Quest'ultima, la cosìdetta relazione "legge 10" è la  relazione che serve a dimostrare che l’organismo edilizio, comprensivo degli impianti in esso contenuti, ha una “prestazione energetica” che rientra nei parametri minimi richiesti. Le norme infatti stabiliscono in funzione della forma dell’abitazione, ovvero del rapporto tra la superficie esposta e il volume, e della zona climatica nella quale si trova, l’indice di prestazione energetica minimo richiesto. Il progetto dell’organismo edilizio (edificio + impianti) dovrà essere tale da soddisfare questo limite minimo. Prestazioni migliori si tradurranno in una Classe Energetica più elevata, attestata al termine della costruzione stessa (vedi Certificazione energetica). 

In definitiva è il documento che ci dice quanto ed in che modo consuma la nostra abitazione. Tale documento che i costruttori hanno il malcostume di non consegnare ai propri clienti, dovrebbe essere stato consegnato al proprio comune, in quanto obbligatorio per legge dopo il 1991, per ottenere il permesso edilizio.

Chi è interessato a conseguire una migliore efficienza energetica della propria abitazione, può reperire la "relazione legge 10"  tramite una richiesta di accesso agli atti, in modo che la consapevolezza delle modalità costruttive (materiali e stratigrafie di pareti e solai, prestazioni dei serramenti e dell'impianto termico, ecc.) possa essere un valido punto di partenza. il secondo passo è quello di fare eseguire una Diagnosi Energetica: se ne parla più diffusamente nella pagina web dedicata di questo sito ma in sintesi si tratta di acquisire adeguata conoscenza del profilo di consumo energetico effettivo di un edificio, definendone il consumo reale in condizioni di esercizio, individuandone le inefficienze e le criticità e quindi intervenendo con le soluzioni a minor costo e maggior efficacia per la riduzione dei consumi energetici, quantificando infine le opportunità di risparmio energetico sotto il profilo dei costi/benefici.

 

 

Nel seguito si elencano le più tipiche possibilità d’intervento ai fini di migliorare l’efficienza energetica (usufruendo delle detrazioni irpef o degli incentivi “conto termico” di cui si parla in una sezione dedicata). Ovviamente non è affatto necessario eseguire tutti gli interventi possibili; come detto, è compito della diagnosi energetica preventiva individuare gli interventi che danno i migiori risultati dal punto di vista costi/benefici.

 

Per l’efficienza termica:

 

  1. Il primo obiettivo è quello di minimizzare le dispersioni di calore ovvero di trattenere il più possibile il calore generato dall’impianto di riscaldamento. Ciò si ottiene migliorando la coibentazione ovvero l’isolamento termico delle superfici opache disperdenti (pareti esterne, solai e coperture), per tramite ad esempio d’interventi “a cappotto e/o con il miglioramento delle prestazioni delle superfici disperdenti trasparenti (sostituzione dei serramenti).
  2. Il secondo obiettivo è quello di migliorare l’efficienza dell’impianto di riscaldamento, che è costituito dal generatore di calore, dalla rete di distribuzione e dai terminali di emissione. In relazione a questi ultimi, la scelta più efficiente sarebbe quella verso terminali a “bassa temperatura”, quali pannelli radianti a pavimento, ventilconvettori (con il vantaggio di produrre sia il caldo che il freddo) o radiatori a grande superficie. Tale scelta è di facile esecuzione per le nuove costruzioni ma per le costruzioni esistenti la scelta a minor impatto è quella di mantenere i terminali esistenti e adattarvi la tipologia di generatore che consente di ottenere la migliore efficienza globale. Si distinguono da questo punto di vista i seguenti casi:
    1. Nel caso di terminali a bassa temperatura, quali i pannelli radianti a pavimento, la scelta più efficiente è quella di utilizzare un generatore in pompa di calore, la cui prestazione (COP) è tanto migliore quanto più è appunto bassa la temperatura di mandata dell’acqua che circola nell’impianto. La caldaia a gas pre-esistente può essere utilizzata “ad integrazione”: avendo il COP della pompa di calore, la particolarità di degradare alla diminuzione della temperatura esterna, caldaia e pompa di calore vengono fatte funzionare insieme, determinando una temperatura di “bivalenza”, ad esempio 3°C. Ovvero quando la temperatura  esterna è superiore a 3°C, funziona la pompa di calore; quando è inferiore a 3°C funziona invece la caldaia. La temperatura di bivalenza dipende ovviamente dalle rispettive prestazioni della caldaia e della pompa di calore, dal costo del gas o gasolio e dell’energia elettrica e deve essere scelta in modo da ottimizzare i consumi in ogni condizione operativa. Ci si può aspettare risparmi in bolletta fino al 30% e oltre se dispone anche di un impianto fotovoltaico.
    2. Nel caso di terminali ad alta temperatura, quali i tradizionali termosifoni, occorre fare le seguenti considerazioni: gli impianti tradizionali funzionano sempre con l’acqua di mandata a 70°-80°C nonostante che questo sia effettivamente necessario, dal punto di vista del raggiungimento del comfort climatico interno, solo per temperature esterne molto rigide (al di sotto dei -5°C) che in realtà si verificano per una percentuale di tempo abbastanza bassa. Sarebbe sufficiente collegare alla caldaia una sonda climatica che misura la temperatura esterna e, in funzione di questo, “modulare” la temperatura dell’acqua di mandata (quella che circola nei termosifoni) secondo la reale necessità per fare sì che, per una grande percentuale di tempo, le temperature di esercizio siano medio-basse (50-60°C). Ancora più opportuno sarebbe, quando le condizioni lo consentissero, aggiungere qualche elemento ai termosifoni per migliorarne la resa energetica. A questo punto si potrebbe sfruttare la maggiore efficienza di una caldaia a condensazione (sostituendo la vecchia caldaia) e arrivare a risparmi in bolletta dell’ordine del 10-15%. Sono anche disponibili soluzioni ibride (caldaie a condensazione integrate con pompe di calore), dove la pompa di calore effettua una sorta di preriscaldo a bassa temperatura e poi la caldaia effettua, quando necessario il riscaldamento finale alla temperatura d’esercizio richiesta da una centralina di controllo, con possibilità di arrivare fino ad un 20-25% di risparmio in bolletta complessivo.
  3. Il terzo obiettivo è quello di migliorare il sistema di regolazione della temperatura ambiente. Una situazione tipica è quella in cui un unico termostato governa la temperatura per tutta l’abitazione e questo spesso risulta in una disomogeneità di temperature nelle diverse stanze e quindi minor comfort oltre che più alti consumi. Condizioni tipiche possono essere quelle in cui la cucina può essere molto più calda per via del calore sviluppato da forni e fornelli oppure quella in cui occorre mantenere il termostato, ad esempio a 22°C, per poter ottenere 20°C nelle stanze rivolte a nord e non influenzate dal calore solare. Le velavole termostatiche per i termosifoni potrebbero ovviare a questo inconveniente migliorando il comfort e permettendo facilmente risparmi in bolletta dell’ordine del 5%.
  4. Il quarto obiettivo è quello di migliorare l’efficienza nella produzione di acqua calda sanitaria. Ad oggi il metodo più efficiente, e probabilmente con il miglior rapporto costo benefici (ancor più se in combinazione con un impianto fotovoltaico) è quello dell’ utilizzo di pompe di calore con integrati serbatoi di accumulo, con capacità che può variare dagli 80 ai 300 lt. In alternativa si può optare per pannelli solari termici da installarsi sul tetto, molto meglio dal punto di vista dei costi (anche di esercizio e manutenzione) sarebbe la soluzione a circolazione naturale (con serbatoio integrato ai pannelli stessi) ma è una soluzione poco estetica e spesso negata dalle amministrazioni comunali. I risparmi tipici in bolletta che si possono conseguire migliorando l’efficienza della produzione di acs sono dell’ordine del 10-20%, in funzione della soluzione adottata e dai consumi giornalieri del nucleo familiare.
  5. Il quinto obiettivo è quello di migliorare l’efficienza della ventilazione. Tipicamente per “cambiare l’aria” siamo costretti ad aprire le finestre, con grande (e costosa) dispersione di calore. Sono infatti numerose le fonti di inquinamento nei locali abitati: condensa dei vapori, muffe dovute all’umidità e anidride carbonica sviluppata dalle persone. Ciò potrebbe essere ovviato con l’adozione di un impianto di ventilazione meccanica controllata (VMC), basato su un ventilatore a basso assorbimento elettrico e bassa rumorosità che, prelevando l’aria a ciclo continuo dagli ambienti più umidi della casa, quali bagni e cucine, la reimmette nelle altre stanze della abitazione, con la possibilità di controllare esattamente le portate, limitando al minimo indispensabile il ricambio dell’aria e quindi gli sprechi di energia, cosa che con l'apertura delle finestre è evidentemente impossibile. I sistemi VMC a recupero di calore sono anche dotati di scambiatori di calore, in grado di recuperare parte del calore contenuto nell’aria in espulsione e di cederlo all’aria di immissione generando ulteriori sensibili risparmi di energia.

 

Per l’efficienza elettrica:

 

  1. Il primo obiettivo è quello di limitare i consumi, utilizzando elettrodomestici almeno di classe A+, eliminando boiler o stufette elettriche, sostituendo le vecchie lampadine con lampadine a led.
  2. Il secondo obiettivo è quello di diventare produttori di energia elettrica, con l’installazione di impianti fotovoltaici oppure, nelle zone con buona presenza di vento, minieolici. In aggiunta è possibile massimizzare l’autoconsumo, ovvero realizzare il maggior consumo possibile dell’energia che si produce, con l’adozione di sistemi accumulo (che permettono ad esempio di immagazzinare l’energia di giorno, quando c’è il sole, per rilasciarla di sera, quando tipicamente ci sono maggiori consumi).

 

 Si vedano descrizioni di dettaglio nelle sezioni dedicate, alla pagina web “Le tecnologie disponibili”